Era una domenica di fine estate, calda e apparentemente tranquilla. Ma alle 13:32 del 4 settembre 1983, la vita a Pozzuoli cambiò per sempre. Dopo uno sciame sismico che aveva già registrato 60 scosse in giornata, un boato improvviso scosse l’intera area flegrea: un terremoto di quinto grado della scala Mercalli terrorizzò la popolazione, mandando in tilt i telefoni e la rete elettrica. Il caos fu immediato. Una frana si staccò sotto il Monte Sant’Angelo, i palazzi riportarono danni e la rabbia dei cittadini si abbatté sulla sede della Protezione Civile dell’epoca. Lungo il litorale domizio e nella zona del cimitero sorsero le prime tendopoli, mentre a Licola vennero sistemate 50 roulotte, che nel giro di pochi giorni sarebbero diventate 150. Circa 3.000 famiglie lasciarono la città con le proprie auto, in cerca di rifugio lontano da quella terra diventata improvvisamente un incubo. Anche l’ospedale civile, situato nei pressi della Solfatara, fu messo in stato di emergenza: i pazienti vennero trasferiti all’esterno e, nella serata, fu disposto il trasferimento delle detenute del carcere femminile verso Poggioreale.

Se il 4 settembre aveva aperto la crisi, fu esattamente un mese dopo, il 4 ottobre 1983, a segnare il punto di non ritorno. Alle 8:10 del mattino, una scossa ancora più violenta — settimo grado della scala Mercalli, magnitudo 4.0 — ebbe epicentro nei pressi della Solfatara. Il terremoto fu avvertito in un raggio di oltre 30 chilometri e provocò danni e panico senza precedenti. L’attività tellurica raggiunse picchi di 500 scosse al giorno, per un totale di circa 10.000 eventi sismici registrati in quel periodo. Fu da questa data che iniziò la “seconda diaspora” puteolana: oltre 30.000 abitanti lasciarono le proprie case, dopo quella del 1970 che aveva già svuotato il Rione Terra. La crisi più acuta si manifestò tra marzo e aprile del 1984, con vari terremoti di magnitudo 4 e uno sciame di 600 eventi in sole 6 ore nella notte del 1° aprile, quando tra la popolazione serpeggiò la paura che lo scenario dell’eruzione del Monte Nuovo potesse ripetersi. Solo all’inizio del 1985 la terra cominciò a scendere lentamente, restituendo una parvenza di normalità.

Già quattro giorni dopo la scossa del 4 settembre, il ministro Enzo Scotti firmò l’ordinanza per finanziare la costruzione dei primi alloggi a Monterusciello, una zona allora invasa da canneti e alberi. Gli sfollati vennero sistemati anche nelle case vacanza del litorale flegreo-domizio, ma fu dopo il terremoto di ottobre che si decise l’allontanamento strutturale di parte della popolazione verso il nuovo quartiere di Monteruscello. Fu emanato un ordine di sgombero per 20.000 persone, molte delle quali non sarebbero mai più rientrate nelle loro case. Il centro storico di Pozzuoli perse la sua centralità, svuotandosi progressivamente. Nacque così il Rione Toiano, il primo quartiere antisismico della città, mentre il Rione Terra — già evacuato nel 1970 — restava simbolo di una ferita mai completamente rimarginata.

A 43 anni di distanza, le cicatrici di quella crisi sono ancora visibili. Il bradisismo non è mai scomparso: l’area continua a registrare sollevamenti e abbassamenti del suolo, con scosse periodiche che mantengono alta l’attenzione. Ma i problemi irrisolti sono molti:

  • Edilizia e sicurezza: numerosi edifici lesionati negli anni ’80 non sono mai stati completamente messi in sicurezza. In alcune zone, il rischio sismico resta una minaccia concreta.
  • Abusivismo e urbanistica: la crescita disordinata degli anni successivi all’emergenza ha lasciato quartieri incompleti e servizi carenti.
  • Memoria e identità: il centro storico svuotato e la “diaspora” hanno cambiato per sempre il tessuto sociale di Pozzuoli. Molti non sono mai tornati, e intere generazioni sono cresciute lontano dalle radici della città.
  • Monitoraggio e prevenzione: oggi l’Osservatorio Vesuviano e la Protezione Civile mantengono sotto controllo l’area, ma la percezione del rischio tra i cittadini resta alta.

Il 4 settembre 1983 fu il giorno in cui Pozzuoli scoprì la propria fragilità. E il 4 ottobre fu la conferma che quella terra poteva ancora fare paura. Oggi, mentre i Campi Flegrei tornano periodicamente al centro dell’attenzione per nuove scosse e per i monitoraggi, la memoria di quei giorni resta viva. La ferita nella memoria dei puteolani, come ha scritto chi ha vissuto quegli eventi, “rimarrà per sempre aperta”.