È trascorso un anno dalla morte di Giovanni Marchionni, lo skipper di 21 anni di Bacoli, trovato senza vita l’8 agosto 2025 a bordo di uno yacht ormeggiato alla Marina di Portisco, nel territorio di Olbia. Dodici mesi di indagini hanno consentito di restringere il campo delle ipotesi. Dopo i primi interrogatori, gli esami medico-legali e le verifiche tecniche sull’imbarcazione hanno indicato l’inalazione di acido solfidrico come possibile causa del decesso. L’inchiesta della Procura di Tempio Pausania ha inoltre portato all’iscrizione dei primi indagati. La ricostruzione giudiziaria, però, resta incompleta. Il punto centrale non è più soltanto capire che cosa abbia provocato la morte del giovane, ma stabilire come il gas sia finito nella cabina in cui dormiva, se vi siano state carenze nella manutenzione o nella sicurezza dello yacht e se quella tragedia potesse essere evitata.
Il ritrovamento a Portisco
La mattina dell’8 agosto 2025 Giovanni Marchionni venne trovato privo di vita nella cabina riservata all’equipaggio, a prua di un motoscafo di circa 17 metri ormeggiato al molo 7 della Marina di Portisco. A dare l’allarme furono i proprietari dell’imbarcazione, dopo essersi accorti che il giovane non respirava più. Sul posto intervennero il 118, la polizia, i vigili del fuoco e gli altri soccorritori. Il medico legale non poté che constatarne il decesso. I primi accertamenti non evidenziarono segni di violenza né traumi evidenti. Furono disposti anche esami per verificare l’eventuale presenza di sostanze stupefacenti o psicofarmaci, un’ipotesi che gli approfondimenti successivi avrebbero escluso. Fin dalle prime ore emerse anche un altro interrogativo destinato a diventare centrale: perché Giovanni si trovava su quello yacht? Inizialmente si parlò della possibilità che fosse a bordo come ospite. La famiglia e il sindaco di Bacoli, Josi Della Ragione, sostennero invece che il 21enne fosse arrivato in Sardegna per lavorare come skipper. Anche l’Inail avviò verifiche sulla natura del rapporto tra Marchionni e l’imbarcazione, compresa l’eventuale sussistenza di un’attività lavorativa non regolarizzata.
L’inchiesta e le prime ipotesi
La Procura di Tempio Pausania aprì un fascicolo, affidato al pubblico ministero Milena Aucone, inizialmente contro ignoti e con l’ipotesi di omicidio colposo. Lo yacht venne sequestrato per consentire tutti gli accertamenti necessari. Per mesi la causa della morte rimase incerta. Tra le ipotesi prese in considerazione ci furono un improvviso malore, un problema alle batterie dell’imbarcazione e la possibile fuoriuscita di sostanze nocive dal bagno chimico. L’attenzione degli investigatori si concentrò soprattutto sulla cabina del marinaio, uno spazio ristretto in cui Giovanni stava dormendo, e sugli impianti collocati nelle vicinanze. Una prima indicazione emersa dall’autopsia riconduce il decesso a un arresto cardiocircolatorio. Non era però una risposta sufficiente a spiegare che cosa lo avesse provocato. Per questo furono disposti ulteriori esami tossicologici e istologici, anche sui tessuti molli, mentre tecnici e consulenti tornarono più volte a bordo per analizzare le batterie, l’impianto elettrico e i sistemi di ricarica.
La svolta: l’ipotesi dell’acido solfidrico
La svolta arrivò tra gennaio e febbraio 2026, con il deposito della relazione autoptica e degli esiti degli approfondimenti tossicologici e istologici. Secondo quanto emerso dalle indagini e riportato dalle cronache, Giovanni Marchionni sarebbe morto a seguito dell’inalazione di acido solfodrico, un gas altamente tossico che, in determinate condizioni, può essere prodotto dalle batterie al piombo o da processi di decomposizione in ambienti scarsamente ventilati. Gli accertamenti avrebbero escluso la presenza di monossido di carbonio. Le prime verifiche avevano inoltre rilevato tracce di acido solfidrico, inizialmente ritenute inferiori ai valori di soglia. La successiva relazione medico-legale avrebbe invece indicato proprio l’esposizione al gas come la causa più probabile della morte. Un elemento decisivo, ma non ancora sufficiente a spiegare l’intera dinamica. Resta infatti da individuare la fonte esatta del gas: le batterie dello yacht, il bagno chimico o una combinazione di fattori legati alla disposizione degli impianti e alla ventilazione degli spazi interni.
Le verifiche sulle batterie dello yacht
Nel febbraio 2026 la Procura dispose una nuova perizia tecnica sull’imbarcazione. Il consulente incaricato, Giuseppe Mangano, esaminò le batterie, l’impianto elettrico e i sistemi di ricarica, arrivando anche a rimuovere le batterie dallo yacht per sottoporle ad accertamenti più approfonditi. L’attenzione si concentrò non soltanto sul loro funzionamento, ma anche sulla collocazione all’interno dell’imbarcazione, un elemento ritenuto potenzialmente rilevante per comprendere se l’eventuale produzione di gas potesse avere raggiunto la cabina occupata da Marchionni. Le verifiche tecniche segnarono un passaggio importante dell’inchiesta. Dalla fase iniziale contro ignoti, la Procura passò infatti all’iscrizione di alcune persone nel registro degli indagati. Il 20 febbraio 2026 venne resa pubblica l’iscrizione dell’armatrice dello yacht. L’iscrizione nel registro degli indagati non costituisce un accertamento di responsabilità. È un atto previsto nell’ambito delle indagini preliminari che consente alle persone coinvolte di esercitare appieno le proprie garanzie difensive.
Bacoli e il dolore per Giovanni
A Bacoli la morte di Giovanni Marchionni venne vissuta fin dall’inizio come una tragedia capace di colpire un’intera comunità. Il giovane, appassionato di mare e con esperienza come skipper, venne salutato il 15 agosto 2025 durante i funerali celebrati nella parrocchia di San Gioacchino. Al passaggio del feretro nei pressi del porto, le imbarcazioni presenti fecero risuonare le sirene in segno di saluto, secondo una tradizione del mondo marittimo dedicata ai lavoratori del mare scomparsi. La famiglia ha sostenuto fin dai primi giorni che Giovanni non fosse in Sardegna per una semplice vacanza, bensì per lavorare. La stessa amministrazione comunale di Bacoli ha seguito il caso con attenzione, annunciando anche l’intenzione di costituirsi parte civile nell’eventuale processo. Il possibile inquadramento della vicenda come morte sul lavoro resta quindi uno degli aspetti da chiarire definitivamente.
Un anno dopo, cosa resta da accertare
A dodici mesi dalla tragedia, il quadro investigativo è molto più definito rispetto alle prime ore successive al ritrovamento. La possibile intossicazione da acido solfodrico rappresenta il principale punto fermo emerso dagli accertamenti medico-legali. Le verifiche sulle batterie e sugli impianti dello yacht hanno poi indirizzato gli investigatori verso precise responsabilità ancora da dimostrare. Restano aperti almeno tre interrogativi fondamentali: da dove proveniva il gas, quali fossero le condizioni di sicurezza della cabina e degli impianti e quale ruolo svolgesse concretamente Giovanni a bordo dell’imbarcazione. Dovrà essere chiarito anche se lo yacht fosse stato correttamente manutenuto, se la collocazione delle batterie rispettasse le necessarie condizioni di sicurezza e se il 21enne fosse formalmente assunto oppure stesse lavorando senza le tutele previste. Le ultime informazioni pubbliche sull’inchiesta risalgono al febbraio 2026, quando vennero rese note le prime iscrizioni nel registro degli indagati. Per la famiglia Marchionni, per Bacoli e per tutta la comunità flegrea, un anno non ha cancellato le domande. Ha soltanto reso più preciso il perimetro entro cui cercare le risposte. Il mistero iniziale sulla causa della morte ha lasciato spazio a interrogativi più circoscritti e, proprio per questo, ancora più pesanti: perché nella cabina in cui dormiva Giovanni era presente un gas letale? Chi avrebbe dovuto impedire che accadesse? E quella morte poteva essere evitata?