Quattro metri e sessanta centimetri. È il sollevamento complessivo registrato nell’area dei Campi Flegrei dal 1950 a oggi, un dato che restituisce con immediatezza la portata delle trasformazioni che hanno interessato il territorio flegreo negli ultimi decenni. A richiamare l’attenzione sul fenomeno è stato Mauro Antonio Di Vito, vulcanologo ed ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano dell’Ingv, intervenuto martedì 8 settembre davanti alle commissioni Ambiente e Bilancio della Camera dei Deputati, impegnate nelle audizioni sulla conversione in legge del decreto del 7 agosto 2026 dedicato all’emergenza dei Campi Flegrei. Secondo Di Vito, dal 1950 l’intera area ha registrato un sollevamento del suolo complessivo di 4,60 metri, con conseguenze particolarmente visibili nelle zone costiere. Il fenomeno è legato al bradisismo, cioè alla lenta deformazione verticale del terreno che caratterizza la caldera flegrea e che, nelle fasi di maggiore intensità, è accompagnata da un aumento della sismicità. Lo stesso vulcanologo ha sottolineato che i terremoti dell’area sono quasi sempre associati proprio al sollevamento del suolo. Tra gli effetti della deformazione registrata nel corso degli anni figura anche la modifica della linea di costa, con l’arretramento del mare in alcune zone. L’intervento si inserisce in una fase particolarmente delicata per il territorio. Le commissioni parlamentari stanno infatti esaminando il decreto-legge approvato il 7 agosto 2026, a seguito della nuova emergenza che ha interessato i Campi Flegrei. Il provvedimento è arrivato dopo il terremoto di magnitudo 4.7 del 31 luglio, evento che ha provocato danni e, secondo quanto riportato da Fanpage, ha costretto oltre quattromila persone a lasciare le proprie abitazioni. Un quadro che rende ancora più centrale il tema della prevenzione in un territorio densamente abitato, dove l’evoluzione del bradisismo è costantemente monitorata attraverso la rete di monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano.

Per Di Vito la risposta al rischio non può fermarsi all’osservazione scientifica del fenomeno. Il primo punto resta la conoscenza dei processi che interessano la caldera. A questa deve affiancarsi un monitoraggio sempre più accurato, sostenuto da strumenti e reti di rilevamento capaci di seguire in tempo reale l’evoluzione del territorio. Ma la tecnologia, da sola, non basta. L’ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha indicato come prioritaria anche una capillare attività di informazione e formazione della popolazione, insieme alla preparazione di amministratori e soggetti chiamati a prendere decisioni a livello locale. Fondamentali, secondo il vulcanologo, sono anche le esercitazioni: conoscere in anticipo i pericoli e sapere come comportarsi in caso di emergenza possono rivelarsi elementi decisivi nella gestione del rischio. Alle audizioni hanno partecipato anche i rappresentanti delle amministrazioni del territorio flegreo. Il dato di 4,60 metri di sollevamento in poco più di settant’anni non costituisce, da solo, una previsione sull’evoluzione futura della caldera. Mostra però quanto profonda sia stata la trasformazione del territorio flegreo e perché il fenomeno continui a richiedere attenzione scientifica, istituzionale e civile. Il monitoraggio costante, gli edifici più sicuri, i piani di emergenza, l’informazione dei cittadini ed esercitazioni diventano così parti dello stesso sistema di prevenzione. Per migliaia di residenti tra Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e l’area occidentale di Napoli, il bradisismo non è soltanto un fenomeno geologico da osservare: è una condizione con cui convivere. Ed è proprio sulla capacità di trasformare i dati scientifici in prevenzione concreta che si gioca una delle sfide più importanti per il futuro dei Campi Flegrei.