Giorgio Scita, Leonardo Barzaghi, Camillo Mazzella

C’è anche un giovane ricercatore di Monte di Procida tra gli autori di uno studio che aiuta a comprendere meglio come un tumore al seno possa passare da una forma confinata a una forma invasiva. Si tratta di Camillo Mazzella, 29 anni, ricercatore dell’IFOM e coautore principale dello studio insieme a Leonardo Barzaghi e Chiara Guidolin. La ricerca, pubblicata su Nature Communications, è stata condotta dall’IFOM e dall’Università degli Studi di Milano sotto la guida di Giorgio Scita e Fabio Giavazzi. La domanda da cui parte il lavoro è semplice, ma importante: come fa un tumore al seno, inizialmente confinato, a iniziare a invadere i tessuti circostanti? Nelle prime fasi, alcune forme tumorali restano infatti racchiuse nei dotti mammari. Le cellule che compongono il tumore, però, non si comportano tutte allo stesso modo. Alcune rimangono quasi ferme, mentre altre sono molto più mobili. Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti dello studio.

I ricercatori hanno osservato che, quando le cellule più mobili diventano abbastanza numerose e riescono a creare collegamenti tra loro, il loro movimento può coinvolgere anche quelle che fino a quel momento erano rimaste ferme. Per immaginare cosa accade si può pensare a una folla in una piazza. Se a muoversi sono soltanto poche persone sparse qua e là, la folla nel suo insieme resta sostanzialmente ferma. Ma se le persone in movimento aumentano e formano una rete continua, possono finire per trascinare anche chi si trova intorno a loro. Nel modello studiato in laboratorio, questo cambiamento si verificava quando le cellule più mobili costituivano circa la metà della popolazione. È però un dato da interpretare con cautela: non significa che esista una soglia del 50% automaticamente valida anche nei pazienti. Si tratta di quanto osservato nello specifico sistema sperimentale impiegato dai ricercatori.

C’è poi un altro elemento importante. Le cellule meno mobili non si limitano a essere trascinate fisicamente. La presenza e il comportamento delle cellule vicine possono modificarle, rendendole più deformabili e capaci di muoversi. Il punto centrale della ricerca è quindi che l’invasività di un tumore non sembra dipendere soltanto dalle caratteristiche delle singole cellule. Conta anche il modo in cui queste comunicano, si influenzano e si comportano tra loro. Un po’ come accade in una folla: il comportamento del gruppo può essere molto diverso da quello di ciascuna persona. Lo studio nasce dall’incontro tra biologia, fisica e matematica ed è stato sostenuto, tra gli altri, dalla Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro e dal Consiglio Europeo della Ricerca attraverso un ERC Synergy Grant. È importante, però, non attribuire alla scoperta conseguenze cliniche che al momento non ha. Si tratta di ricerca di base: non è stato sviluppato né un nuovo test diagnostico né una nuova terapia. Il risultato offre invece un nuovo elemento per comprendere uno dei passaggi cruciali nella progressione tumorale: il momento in cui le cellule inizialmente confinate, attraverso il loro comportamento collettivo, acquistano la capacità di invadere i tessuti circostanti.